     p 158 .
Paragrafo 1 . Il singolo.

     
Introduzione.

Nella  filosofia  postmoderna abbiamo gi  visto  affacciarsi  una
figura  nuova: l'individuo, il singolo - l'unico di  Stirner  -,
che  sembra  la  negazione della filosofia,  sempre  protesa  alla
ricerca  dell'universale,  di  attributi  da  poter  posporre   al
soggetto  per accomunare ogni singolo soggetto a tutti  gli  altri
soggetti cui si pu dare lo stesso attributo. Senza universale non
c'  conoscenza,  senza il generale non ha senso  il  particolare;
senza Stato, o classe, o fede comune, l'uomo  un'astrazione.
     Kierkegaard, invece, rivolge la propria attenzione proprio al
singolo:  nella  sua  solitudine e con  il  gravissimo  peso  di
doversi confrontare, da solo, con il Tutto.

La fede.
     
Critico  profondamente  convinto e radicale  di  tutti  i  sistemi
filosofici  - e in particolare di quello hegeliano -,  Kierkegaard
non accetta nemmeno il relativismo

p 159 .

pi  o  meno  assoluto di chi rifiuta ogni punto di riferimento  e
ogni   certezza,  di  chi  costantemente  va  oltre,  come  alcuni
esponenti della Destra hegeliana che operavano in Danimarca  nei
suoi stessi anni. La certezza che Kierkegaard cerca non pu, per,
venire dalla filosofia: viene dalla fede.
     Kierkegaard  si rende conto che - ai suoi tempi  -    ancora
impossibile chiamare filosofia la sua riflessione,  e  nega  con
decisione  di essere filosofo. Il sottoscritto non   affatto  un
filosofo; egli non ha compreso il sistema; non sa se esso  esiste,
se    compiuto; [...] egli , potice et eleganter, uno scrittore
fuori  ruolo che non scrive il sistema n fa promesse di  dare  un
sistema, che non si d al sistema n scrive per il sistema(1). La
poesia  -  anche  se non sotto forma di versi  -  compare  in  uno
scrittore  che sempre ha trovato un suo posto nella  storia  della
filosofia.  La  percezione che Kierkegaard  ha  di  s  come  non
filosofo,  l'intento  di  Leopardi che vuole  unire  filosofia  e
poesia,  e  la  consapevolezza  di Nietzsche  che  si  ritiene  un
filosofo  inattuale, un filosofo per il futuro, sono  un  indice
inequivocabile  della  rottura che si sta  operando  nel  pensiero
occidentale,   e  della  consapevolezza  che  ne  hanno   i   suoi
protagonisti.
     La  ricerca della certezza della fede, che caratterizza tutta
la  vita e l'opera di Kierkegaard, non ha nulla da condividere con
la   riaffermazione  della  necessit  di  fondere   filosofia   e
religione, sostenuta dai filosofi cattolici italiani e dai teologi
della  Destra  hegeliana. La ricerca di Kierkegaard  porta  a  una
critica   totale   e   assoluta   del  cristianesimo   determinato
storicamente  nelle Chiese, modificato - anzi, snaturato  -  nella
contaminazione con il razionalismo filosofico e con  la  filosofia
in  genere. La fede di Kierkegaard non  traducibile in  concetti:
Anche  se  si fosse in grado di trasferire in forma  di  concetto
tutto  il  contenuto della fede, non seguirebbe da ci  che  si  
compresa la fede, che si  compreso come si  giunti a essa o come
essa entri in qualcuno(2).
     
Il Dio di Abramo.
     
Kierkegaard  filosofo e profondo conoscitore della filosofia; La
familiarit  col  pensiero  hegeliano e  coi  metodi  del  pensare
scientifico  si  avverte in ogni sua pagina(3).  Eppure  in  ogni
pagina  di  Kierkegaard si avverte anche il bisogno impellente  di
andare  oltre la filosofia; la sua mente anela alla fede e la  sua
scrittura mostra questo anelito: egli cita Descartes e il  primato
che il filosofo francese attribuisce alla rivelazione divina sulla
speculazione razionale,(4) ma il razionalismo cartesiano non   in
grado di esprimere la follia della fede.
     
     p 160 .
     
     Il  modello che sta davanti a Kierkegaard  Abramo,  secondo
Padre  del  genere umano, prova della grandezza  cui  l'uomo  pu
giungere con la fede.(5) Kierkegaard avrebbe voluto essere accanto
ad  Abramo  non nel momento del sacrificio, ma nei tre  giorni  di
viaggio   verso  il  luogo  dove  il  sacrificio  avrebbe   dovuto
compiersi, quando Abramo camminava preceduto dal dolore e  avendo
al  fianco  Isacco, [...] quando Abramo alz gli occhi e  vide  in
lontananza il monte Moria, l'ora in cui rimand indietro gli asini
e solo con Isacco sal sulla montagna; egli avrebbe voluto essere
l poich ci che l'interessava non erano gli artificiosi tremori
della filosofia ma il brivido del pensiero(6).
     Abramo  in  cammino  verso  la  cima  del  monte  rappresenta
l'espressione  massima della condizione umana e, al tempo  stesso,
l'unica  prospettiva che all'uomo si offre per uscire dal  dolore:
la fede assoluta in Dio. La vita di ciascun individuo  un viaggio
nella  solitudine  (Abramo ha lasciato i servi e  gli  asini  alle
pendici  del monte), preceduto dal dolore e guidato dalla  scelta:
Abramo  era  libero  di rispondere o meno alla  chiamata  di  Dio;
poteva non accettare di sacrificare l'unico figlio.
     Dunque altre vie, altre possibilit di scelta si offrivano ad
Abramo; e Kierkegaard le immagina e le descrive:
     -  Abramo  non resiste alla solitudine della scelta terribile
che  ha  fatto  e, nel cammino verso il monte, mette  al  corrente
Isacco  di quanto sta per accadere; la disperazione del giovinetto
  immensa, le suppliche al padre sono strazianti; Abramo  consola
ed  esorta  Isacco, ma questi non comprende la richiesta  di  Dio;
sulla cima del monte Abramo assume un aspetto selvaggio, e urla al
figlio che non  vero che il sacrificio  stato richiesto da  Dio:
che lui
     
     p 161 .
     
     -  Abramo - non  suo padre, che  un idolatra che lo  uccide
per  capriccio. Isacco allora implora piet da Dio, mentre  Abramo
dice  fra  s: Signore del cielo,  meglio ch'egli  mi  creda  un
mostro piuttosto che perda la fede in te.
     -   Abramo,  dopo  aver  legato  Isacco  sull'altare  per  il
sacrifico, scorge un capro, lo prende e lo sacrifica al posto  del
figlio.  I  due tornano a casa, Isacco cresce come  prima,  ma  la
gioia    scomparsa  dagli  occhi  di  Abramo,  che  non  pu  pi
dimenticare quel che Dio gli aveva chiesto.(7)
     Cercare  di  rompere  la  propria solitudine,  comunicare  la
propria  fede agli altri e cercare di farla comprendere   follia:
folle appare a Isacco un Dio che chiede la sua vita. Eppure questa
  la richiesta che Dio pu fare a ciascuno di noi. D'altro canto,
disattendere  la richiesta divina - quando Dio ci  ha  parlato  -,
anche  in nome dei valori pi sacri che l'uomo pu avere su questa
terra (l'amore per il figlio), porta solo dolore.
     Accettare  la  follia della fede, rivivere  il  paradosso  di
Abramo,   significa  riscoprire  le  sorgenti  del  cristianesimo,
ricordando il messaggio di Paolo ai Greci: Nulla vale  la  vostra
sapienza  di fronte a Dio(8). La fede  ci che ai Greci appariva
follia(9): e non il Dio dei filosofi, ma il Dio di Abramo  il Dio
di Kierkegaard.
     
La Cristianit ha abolito il cristianesimo.
     
Nella  Cristianit in sostanza il cristianesimo  stato  abolito.
Qui  si  vive  a  casaccio, corroborati dai pastori nell'idea  che
senz'altro  ci  salveremo  ugualmente(10).  La  vita  passiva   e
rassegnata  che conducono gli uomini moderni non ha  nulla  a  che
vedere  con il cristianesimo;(11) e l'effetto principale di questa
abolizione del cristianesimo  da ricercare nell'esaltazione della
razionalit:   E'  evidente  che  il  cristianesimo   in   quella
razionalit  raffinata,  che  l'effetto della  degenerazione  del
cristianesimo, ha avuto un nemico di gran lunga pi pericoloso  di
quanto  non abbia mai avuto nelle passioni sfrenate e nei  costumi
selvaggi della brutalit(12).
     La  critica  alla  razionalit ricorre in  maniera  ossessiva
negli  scritti  di  Kierkegaard:  educato  fin  da  bambino  a  un
cristianesimo talmente rigoroso da non lasciare alcuno spazio alla
gioia,  egli    spinto a un distacco sempre pi netto  da  questa
forma  di  religiosit, e corre il rischio di rifiutare  qualsiasi
altra forma di religiosit.(13)
     
     p 162 .
     
     Con altrettanta insistenza Kierkegaard ripropone il carattere
paradossale  del  cristianesimo:  La  proposizione  che  "Dio   
esistito  in forma umana, ch' nato, ch' cresciuto, eccetera",  
certamente   il   paradosso  sensu  strictissimo,   il   paradosso
assoluto(14).
     La  Cristianit,  in  tutte le sue  articolazioni  di  Chiese
organizzate, ha progressivamente negato l'aspetto paradossale  del
cristianesimo,  ne ha fatto una dottrina, ha sostituito  all'unico
insegnamento possibile - imitare Cristo - un apparato  scientifico
che ha finito con il contrapporsi al cristianesimo.(15)
     Il  cristianesimo non  nemmeno una religione fra  le  tante;
non  hanno  senso i discorsi sulla libert di religione:  se  il
cristiano  aborrisce  di  fronte  all'intolleranza  di  chi  vuole
uccidere  gli  altri a causa della loro fede, deve per  accettare
un'altra   forma   di   intolleranza  -  che  Kierkegaard   chiama
intolleranza sofferente -: quella di accettare di essere  uccisi
per  la  propria  fede; al cristiano non  concessa l'indifferenza
della  modernit,  che,  in  nome della tolleranza,  considera  il
cristianesimo una religione come le altre, sullo stesso piano del
giudaismo, del paganesimo, dell'ateismo.(16)

La filosofia.
     
La  critica  alla ragione in nome della fede non  per Kierkegaard
un  rifiuto  aprioristico o dogmatico, ma  la  conseguenza  di  un
procedimento  razionale.  Come  tutti  i  filosofi   che   operano
all'interno  della crisi della modernit, egli non  rifugge  l'uso
degli strumenti della ragione.
     Il  fatto  che  non tutto sia riducibile alla ragione  e  che
esista  - oltre alla fede che  su un piano proprio, completamente
distinto da essa - anche una conoscenza fondata sull'intuizione  e
sull'emozione, significa che i dati di questo tipo  di  conoscenza
possono  e  devono  essere  integrati e  illuminati  dall'attivit
razionale  che, a sua volta, trae alimento e chiarezza proprio  da
quei dati.
     Kierkegaard - come Schopenhauer, come Leopardi e come tutti i
filosofi dell'irrazionalismo - ricorre costantemente alla ragione,
ponendola  per  in un rapporto dialettico con tutte  le  parti  e
attivit  non  razionali  del  pensiero  umano.  Nel  pensiero  di
Kierkegaard -  stato scritto - sono presenti una
     
     p 163 .
     
     forza  e  una  conseguenza  di  razionalit  eccezionali.  La
familiarit  col  pensiero  hegeliano e  coi  metodi  del  pensare
scientifico si avverte in ogni sua pagina(17).
     
L'idea di realt.
     
Riferendosi  chiaramente a Hegel, Kierkegaard ha scritto:  Quando
si  sentono  i filosofi parlare di realt, si  tratti in  inganno
come da leggere su un cartello nella vetrina di un rigattiere: "Si
stira  la biancheria". Ma sbagliereste a portare qui per questo  i
vostri panni. Si vende solo il cartello(18).
     Il sistema hegeliano, come tutti i sistemi filosofici fondati
sul  carattere universale della realt, della conoscenza  e  della
Verit,  come una delle grandi botteghe di rigattiere, nelle  cui
vetrine sono esposti in bell'ordine le idee, i valori e i princpi
universali  -  in  una parola l'Essere -, ma  dove    impossibile
trovare  la  concreta  esistenza  degli  enti.  L'errore  scrive
Kierkegaard  sta  principalmente in questo: che l'universale,  in
cui  l'hegelismo fa consistere la Verit (e il Singolo diviene  la
Verit,  se    assunto  in  esso),    un  astratto,  lo   Stato,
eccetera(19).
     La riduzione della realt all'universale porta a considerarla
come  qualcosa  di  immobile e di immutabile,  oppure,  se  vi  si
riconosce una dinamica, come un movimento necessario - meccanico o
dialettico, ma comunque necessario -, razionale, logico, e quindi,
ancora  una  volta astratto.(20) La realt esistenziale,  cio  la
realt  di  tutte  le  cose  che esistono,  non    necessit,  ma
possibilit. La certezza della necessit  applicabile  solo  alla
realt  passata: che la storia sia stata quella che    stata  
fuori  di  dubbio.(21) Ma questo tipo di realt non   una  realt
esistenziale: il passato non esiste; esso pu solo essere pensato.
La  realt dei vivi, invece, quella che riguarda il mio proprio io
in  questo momento presente,  solo ed esclusivamente possibilit:
io  posso  fare o non fare quello che sto facendo, posso  chiudere
questo  libro e uscire, posso prendere un altro libro  e  fare  un
confronto, posso accendere la radio e ascoltare la musica, e  cos
via.  In  questo nostro esistere non c' alcuna Ragione  superiore
che  ci  guida  o ci usa, con maggiore o minore astuzia;  non  c'
nessuna   Provvidenza   che   gratuitamente   ci   salva:    siamo
completamente soli, responsabili e liberi di determinare la nostra
realt.
     
La storia.
     
Il  passato  certo perch non esiste pi; rispetto ad esso non  
lecito  il dubbio: i Cartaginesi hanno sconfitto i Romani a Canne;
Cesare  ha  passato il Rubicone. La storia  quindi spiegabile  in
termini  di necessit - di ordine - cos come lo sono i  movimenti
della natura.
     
     p 164 .
     
     Questo  l'ambito d'azione della filosofia della storia,  che
utilizza  gli  stessi strumenti che la filosofia - in  particolare
quella hegeliana - applica alla logica e alla natura. Ma la storia
-  osserva  Kierkegaard -  qualcosa di pi dei  meccanismi  della
logica e delle leggi della natura. Nella storia agiscono individui
liberi:  essa    un  prodotto delle  libere  azioni  dei  liberi
individui(22);  l'azione  libera  di  ciascun  individuo  ha  due
aspetti:  uno esterno, per il quale le azioni entrano in relazione
con le azioni di altri individui e quindi costituiscono la storia;
e  uno  interno, che  la vera vita della libert  e  che  nasce
dalla scelta dell'individuo.
     La  filosofia  della storia considera solo l'aspetto  esterno
delle   azioni   degli  individui,  e  lo  considera   sotto   la
determinazione della necessit; la conseguenza   che  in  questo
modo  la filosofia allontana quella riflessione che vorrebbe  far
notare  che  tutto potrebbe anche essere diverso  e  considera  la
storia  in modo che non vi sia alcun problema circa la possibilit
di un aut-aut(23).
